Vita in pericolo

Se l’ape scomparisse dalla faccia della Terra

Se l’ape scomparisse dalla faccia della Terra, all’uomo resterebbero soltanto 4 anni di vita. Senza più api non ci sarebbero più impollinazione, piante, animali e... l’uomo” dichiarò il grande scienziato Albert Einstein. Questa dichiarazione evidenzia sia l’importanza dell’esistenza di ogni organismo vivente per l’uomo e per l’intero ecosistema ma anche il legame indissolubile (a volte poco evidente) che unisce la vita di un organismo ad un altro come una grande ragnatela. È sufficiente spezzarne uno... ed ecco che l’uomo mette la sua stessa vita in pericolo. Sebbene la previsione di Einstein possa sembrare eccessivamente catastrofica (anche se è sempre stato bravissimo con i calcoli) riflettiamo almeno sul ruolo delle api nell’impollinazione: una sola ape può impollinare mediamente 700 fiori al giorno mentre un alveare, costituito da circa 20.000 api raccoglitrici di nettare dette “bottinatrici”, può arrivare a 14 milioni di fiori al giorno. Inoltre, ogni alveare “bottina” nettare per un raggio di 3 chilometri facendosi carico di impollinare un’area di circa 3.000 ettari.

Le api hanno anche un ruolo fondamentale nell’impollinazione di alcuni tipi di colture tra le quali troviamo albicocco, ciliegio, girasole, mandorlo, melone, pesco e zucchine (per citarne alcuni). Ma gli alveari sono anche un vero laboratorio naturale e biologico che fornisce all’uomo prodotti tonificanti e nutrienti quali il miele ed antibiotici come la propoli.

Ma le api stanno morendo, il loro numero diminuisce anno per anno a causa dei veleni prodotti dall’uomo. Notizie allarmanti provengono dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, ma anche l’Italia è stata pesantemente colpita soprattutto nelle regioni del nord. “Tutt’ora si stanno indagando le cause di questa moria - spiega Enrico Alleva, ricercatore dell’ISS (Istituto Superiore della Sanità) - l’ipotesi ritenuta decisamente più attendibile è che sia da attribuire all’uso massiccio di pesticidi, in particolare le sostanze neurotossiche (neonicotinoidi) che agiscono provocando paralisi nell’insetto e nella larva”.  Le sostanze chimiche che si depositano sui fiori hanno anche altri effetti sulle api come quello di disorientarle, fino a non fargli portare a termine l’impollinazione, ma anche quello di ridurre la loro capacità di percezione del profumo di circa l’80%. In un ambiente meno contaminato di oltre cento anni fa, infatti, le api riuscivano ad avvertire il profumo dei fiori da 1200 metri di distanza mentre oggi ciò avviene a soli 200-300 metri. Un recente studio, condotto in Canada e diffuso dal Dipartimento di Scienze Biologiche dell’Università della Columbia Britannica, ha evidenziato come nei campi coltivati con OGM (Organismi Geneticamente Modificati) si sia verificata una forte riduzione del numero delle api presenti che preferiscono andarsene piuttosto che adattarsi e che trasmettono, ai propri simili, questo messaggio. L’intensificazione dell’agricoltura ed i cambiamenti climatici sono anch’essi causa della “sindrome dell’ape che scompare”, per esempio il clima più mite del 2006-2007 ha favorito la diffusione di un acaro parassita di api. Secondo un recente studio condotto dall’Università di Landau (Germania) le radiazioni elettromagnetiche delle apparecchiature hi-tech portatili disorienterebbero e allontanerebbero le api e il dottor George Carlo, uno dei massimi esperti sui rischi connessi all’uso della telefonia mobile, ha confermato “Sono convinto che la possibilità è reale”.

Un problema mondiale quindi che coinvolge anche altri organismi poiché le api non sono le uniche a soffrire a causa di un’agricoltura non sostenibile, dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici che compromettono l’habitat e la vita di molte specie un tempo più abbondanti. Le api, però, attirano l’attenzione “politica” poiché il loro “lavoro” ha un “valore economico”: un workshop organizzato da APAT (Agenzia Nazionale per la Protezione dell’Ambiente) ha stimato, a tale riguardo, un danno economico globale di circa un miliardo di euro, di cui 500 milioni riguardano l’Italia.

Se da un lato qualcosa di positivo sembra accadere… dal 2009 fino al 2018, in Europa, saranno vietate ben 22 sostanze (finora autorizzate e prodotte) poiché tossiche, cancerogene, mutagene oppure contemporaneamente persistenti, bioaccumulative e tossiche (Pbt) o inquinanti organici persistenti (Pop). La direttiva dell’uso sostenibile dei pesticidi prevede anche piani di riduzione del loro impiego, incoraggiamento di sistemi di protezione integrata delle colture, proibizione della diffusione aerea e limitazione/divieto di pesticidi in parchi, giardini pubblici, impianti sportivi e ricreativi.

Dall’altro il liberismo negativo rischia di avviare un nuovo pericoloso conto alla rovescia per la sopravvivenza e la salute degli organismi viventi (uomo compreso): “il 12 giugno 2007 il Consiglio dei Ministri dell'Agricoltura dell'Unione Europea ha approvato un nuovo regolamento che permetterà dal 1 gennaio 2009 - per la gioia delle multinazionali - una tolleranza, senza etichettatura, di OGM nei prodotti biologici e in quelli convenzionali "in misura non superiore allo 0,9%". Dunque, dal primo gennaio 2009 nessun cittadino dell'unione europea potrà sapere se nel suo piatto sono finiti Organismi Geneticamente Modificati” (tratto da www.liberidaogm.org). Cosa possiamo fare noi consumatori? Boicottiamo marche e prodotti che contengano OGM o poco chiari nell’etichettatura, favoriamo quelli provenienti da agricoltura biologica, prodotti in modo sostenibile e marche “OGM free”. Aderiamo ad organizzazioni (come la LIPU) e firmiamo petizioni che sostengono la produzione di prodotti buoni per la salute e l’ambiente. Facciamo le cose e facciamolo sapere!

Per gli uccelli, per la natura, per la gente

 

 

 

 

 

 

Il sito della LIPU del Molise

© Autore Angela Damiano — Pubblicato sul periodico  “La Fonte”